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grafica – Elisa Scarnicchia

Le transizioni – Pajtim Statovci

Le Transizioni è un libro dell’occupazione, di chi è stato esiliato, di chi rimane ostaggio del passato, ma che trova in identità sempre nuove la chiave per essere il resoconto della partenza e del ritorno e della fluidità del proprio sé tra i generi.

A leggerlo con lentezza, sembra di essere all’interno dell’interpretazione di Walt Whitman nel Canto di Me Stesso

“Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini”.

È un libro dell’occupazione perché è quasi un processo mitotico, di moltiplicazione del sé, di contenimento di tutti i sé, e di identità momentanee, quasi palafitte poste su un fiume sempre sul punto di straripare e di indicare un nuovo alveo su cui adagiarsi e sentire lo scorrere del tempo.

Le Transizioni è anche il libro di un viaggio, quello di Bujar, albanese, che rifugge dall’oppressione delle proprie origini. Bujar, però, è anche ridefinizione continua, capacità creatrice, il poter essere tutto e tutti. Bujar è anche desiderare di morire e saper rinascere dalle ceneri di un passato che appartiene definitivamente al Novecento, ma su cui ci muoviamo, che calpestiamo.

È l’anatomia quasi cellulare dell’appartenere e dell’escludersi, dell’amore e della solitudine, della delicatezza e della crudeltà. Come se più anime convivessero, si nutrissero e combattessero.

Le identità che si ritrovano

A volte c’è Bujar uomo, a volte Bujar donna, a volte l’amico di vita e di morte Egim, a volte un noi, a volte il popolo e la nazione albanese. Altre volte il padre, a volte le persone che entrano, anche violentemente, nel corpo e nelle pieghe più segrete di Bujar-mito, Bujar-ragazzino, Bujar-adulto, Bujar-Egim, Bujar-Albania.

Bujar si fonde a tal punto con la stessa narrazione che il suo nome scompare tra le pagine. Alcuni lo vedono come un vuoto, oppure la capacità di saper abbracciare il tutto. È piuttosto la presenza del mito albanese, dei racconti del passato, delle prospettive degli altri personaggi intorno a Bujar che si mettono a specchio, creando linee sottili che circumnavigano l’azione di Bujar-Egim.

“Immaginai che sotto le strade ci fosse il cuore della città, un enorme organo pulsante che pompava a un ritmo tutto suo, anomalo, con tutte le parti di un cuore, gli atri, i ventricoli, le vene che si estendevano come un sistema fognario, strade e vicoli serpeggianti e le montagne attorno alla città come polmoni collegati al cuore”.

Come ritrovarsi in una bottiglia

E sono questa coralità e questa umanità immensa che fanno incrociare i destini di Bujar con lo Nzù di Marco Carpineti. Nello straordinario borgo di Cori, di cui l’azienda Marco Carpineti è quasi una costola, nella lingua locale Nzù significa “insieme”, quasi un’affermazione, un affastellarsi delle idee nel tempo.

Il vino biologico Nzù è tutti i corpi, la storia, il passato dei terrazzamenti che hanno modellato la dolcezza delle colline, la geologia della terra, le tradizioni che si tramutano in aloni e si magnetizzano nell’aria. Proprio tutto questo esiste in un sorso dello Nzù.

Transizioni di Pahtim Statovci libro e copertina lettura vino

Ti immergi dentro le epoche, le contraddizioni, ma anche nelle anfore in terracotta, nella fermentazione naturale del Bellone, l’uva autoctona che dà vita allo Nzù.

“Quando ti innamori, lo senti, disse dandomi le spalle e appoggiando un bicchiere pieno di schiuma sul fondo della bacinella, il tuo cuore lo sente e subito dopo tutto il resto smette di avere importanza”.

Come Bujar, sappiamo che questa indagine basata sulla vita, tra le identità, è inevitabile, necessaria, e che non ci sono categorie monolitiche:

“Posso scegliere cosa sono, posso scegliere il mio sesso, la mia nazionalità e il mio nome, il luogo di nascita, semplicemente aprendo la bocca. Nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle”.

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