be my knife grossman

“Vorrei solo poter restare qui tutta la notte e continuare a scrivere. Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo.

Voglio rimanere qui e raccontare le cose più semplici. Descrivere la foglia che è appena caduta. O la catasta di sedie in veranda. O le falene attratte dalla lampada. E raccontare ciò che avviene durante la notte finché il buio si tramuta in luce, fino ai cambiamenti di colore. Potrei rimanere qui seduta per giorni e notti a descrivere ogni stelo d’erba, ogni fiore, i sassi del muretto, le pigne.

Solo dopo, quando mi sentirò pronta, passerò a scrivere di me. Del mio corpo, per esempio. Comincerò da lui, da ciò che è tangibile. Ma anche con lui partirò da lontano, dalle dita dei piedi, per avvicinarmi piano piano. Descriverò ogni sua parte, ne annoterò le sensazioni, quelle di un tempo e quelle attuali. I ricordi della caviglia, per esempio, o della guancia, o del collo. Perché no?

Attraverso le carezze, i baci e le cicatrici. Mantenermi viva con la scrittura. Ci vorrà un sacco di tempo ma ne ho molto a mia disposizione. La vita è lunga e voglio raccontare di me stessa,
raccontare quello che probabilmente nessuno mi racconterà mai. La mia storia. Senza aggiunte, ma anche senza detrazioni. Scrivere senza pretendere nulla. Da nessuno. Scrivere solo la mia voce”

Oppidum è una dichiarazione d’amore a distanza, totalizzante, come quella che racconta David Grossman nel libro “Che tu sia per me il coltello” da cui è riportato l’estratto. Il libro verte sul mondo privato tra Yair e Myriam che scoprono il piacere di aprire i sensi nei rapporti umani, la sensualità delle parole, il gusto delle note intense, la capacità di aprire varchi dove nessuno c’era riuscito.

Un discorso delicato, intenso, sublime, che sa di rosa appassita, di albicocca, che sa scavare dove nessun altro ha osato, che lascia in ogni passaggio il sapore di mandorla – proprio per questo abbiamo scelto il vino “Oppidum” della Cantina Sant’Andrea per, letteralmente, bere il libro di Grossman. Parliamo del Moscato di Terracina, che è una storia di coraggio, proprio come nell’intenso epistolario di Che tu sia per me il coltello, che permette di andare oltre, proprio come ha fatto la Cantina Sant’Andrea.

Sant'Andrea logo winery Terracina near Roma

Ti prego solo di non andartene, perché se te ne vai ora non fai più ritorno. Fuggirai oltre i confini del mondo e non vorrai ricordarti di quello che è iniziato qui, tra me e te, quando l’anima si apre così, lentamente e con dolore, verso un’altra persona. Non smettere di scrivere, aggrappati alla penna con la forza che ti è rimasta. Stai tremando per lo sforzo, ma continua a scrivere, affondando in me le tue radici. Non avere paura. Nemmeno di quel pensiero che hai fatto un milione di anni fa, o due giorni fa, quando avresti voluto risvegliarti senza memoria, dopo un incidente o un intervento chirurgico, ricordando a poco a poco, la tua storia e la mia per raccontarla a te stesso, dall’inizio senza sapere, nemmeno per un momento, se in quella storia tu sei l’uomo o la donna. Vorrei che tu potessi ricordare come ci si sente quando si è donna, e come ci si sente quando non si è né uomo né donna. Solo “essere”, prima di tutto, prima delle definizioni, dei pronomi personali, delle parole e dei generi. Forse in questo modo, potresti anche arrivare, quasi per caso, alla possibilità primordiale di essere me.

(David Grossman, “Che tu sia per me il coltello”)

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