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L’isolamento ha fatto rallentare bruscamente il metronomo dei nostri giorni, ci siamo quindi fermati come sospesi nel tempo ad ascoltare quello che ci circonda, la natura oppure l’inusuale silenzio della città, che ha lasciato spazio a piccoli rumori. Forse abbiamo iniziato riflessioni personali e ci siamo chiesti il perché di molte nostre scelte e di come abbiamo suddiviso le battute del nostro tempo, quali note e quali melodie abbiamo tessuto.

E nei pentagrammi del quotidiano, le mie riflessioni fanno sempre  il paio con un buon disco ed un vino con: non potrei mai immaginare un mondo in muto. Proprio per questo, nella lentezza della mia quarantena in una campagna a due passi da Roma, i miei pensieri hanno preso la forma del vinile Homogenic della ultraterrena Bjork –  

“abbandonare tutto quanto distrae e allontana dall’intimo e dalla realtà più minuta, riconnettersi con l’io e le sue radici, accettarne i limiti e imparare a conviverci, e magari avere per un attimo la sensazione di percepire lucidamente le fattezze del centro”.

Il disco rappresenta la ricerca del centro: è il grido, la reazione per distruggere l’ insostenibile frenesia della vita quotidiana e ritornare nella natura, abbracciando i suoi ritmi ed ascoltando i suoi suoni.

Proprio nella natura Islandese ritorna Bjork a seguito di un crollo in quello che è stato definito l’apice della propria carriera: menziono tra i vari Mark Bell, Goldie, Howie B e Tricky.

La natura che la accoglie di nuovo nelle tracce del disco diventa musica e ritmo, il vinile è fatto di steppa islandese, e ogni incanalatura del disco fa scorrere canali pieni di acqua da ghiacciai appena sciolti (parafraso: non di quelli dovuti al surriscaldamento terrestre): eruzioni e gorgoglii vulcanici, esplosioni di geyser, il crepitio del ghiaccio ed il fruscio dei venti che attraversano un panorama affascinante quanto letale – sono queste tra le campionature che hanno fatto diventare pazzo, come racconta in una intervista, l’ingegnere del suono che ha seguito Homogenic.

“Homogenic significa sedersi ed imparare ad ascoltare”

– al che ho immaginato Bjork sedersi su una delle splendide colline, quasi toscane (passatemela), in cui è incastonato il Giardino di Ninfa (sì, il giardino più romantico al mondo secondo il New York Times) dal quale si ascolta la calma dei vigneti di Grechetto di Todi e l’invenzione del tempo.

Probabilmente Bjork avrebbe prestato attenzione a un particolare in più, sotto tutti i suoni: la rifermentazione di un’ecosistema in bottiglia, un equilibrio tra lieviti, enzimi e zuccheri – il Nynphe, spumante metodo classico ancestrale dell’azienda Donato Giangirolami.

Cullati da Homogenic e inebriati da Nynphe, si ritorna a uno stato anteriore, pronti per la fase due.

nynphe dettaglio spumante

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